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Eugenio Bruni
E’ per me un onore, e di questo ringrazio Roberto e i suoi fratelli, ricordare Eugenio Bruni, davanti a tutti voi.
In questi giorni che intercorrono dalla sua scomparsa ad oggi, sono state dette molte cose su di Lui. In particolare, l’Eco di Bergamo ha dedicato a Eugenio due pagine fitte di ricordi e di storia e il vice direttore Franco Cattaneo gli ha dedicato, dalla prima pagina, un articolo che ha saputo cogliere la sua figura umana e politica in modo sorprendente e anche commuovente.
Mi ha particolarmente colpito, perché è una riflessione che anch’io mi sento di fare, la definizione data da Cattaneo della vita di Eugenio. L’avere attraversato quasi tutto il novecento e una parte anche del ventunesimo secolo con la schiena diritta. Virtù questa che è sempre stata di pochi e che oggi continua a esserlo, forse ancora di più. La libertà era la sua religione laica. Quell’idea di libertà che aveva attinto dalla sua storia familiare quando aveva visto suo padre, medaglia d’argento della Grande Guerra, perdere il posto di lavoro in Comune perché non iscritto al partito fascista o essere trascinato per una notte in gattabuia, perché in città arrivava in visita il duce. Un’idea di libertà intransigente che lo aveva emarginato da tutte le manifestazioni del regime facendolo considerare dai suoi compagni di scuola un essere curioso, diverso. E possiamo immaginare quello che gli sia costato attesa la tendenza all’omologazione così diffusa tra i giovani di tutte le epoche. E’ quella idea di libertà e di insopportabilità della dittatura che lo spinge a fare qualcosa contro il regime. E il qualcosa sarà, insieme ad altri compagni, l’imbrattatura con vernice resinosa di colore marrone, del faccione di Mussolini trasformato in statua e da poco collocato nel centro cittadino. Qualcuno parlerà ed Eugenio verrà tratto davanti al Tribunale Speciale e condannato a tre anni di prigione, che sconterà al Regina Coeli . Il 25 luglio con la caduta del fascismo sarà di nuovo libero e tornerà a Bergamo per vivere i quarantacinque giorni di effimera libertà, così ben descritti dal grande amico di suo padre, Sereno Locatelli Milesi, commissario governativo a Palazzo Frizzoni.
Dopo l’otto settembre, la morte della patria, si troverà a dover scegliere tra un nuovo arresto o andarsene in montagna a raggiungere le prime formazioni partigiane. Sarà questa la sua scelta e con il fratello Roberto si dirigerà verso il lago Maggiore per unirsi alla resistenza. Ma la disorganizzazione di quei primi momenti e la non conoscenza dei luoghi faranno sì che i due fratelli Bruni cadranno ben presto nelle mani della forestale fascista e saranno catturati. Consegnati alla SS, dopo un paio di fucilazioni simulate per soddisfare il sadismo di questi criminali, verranno rinchiusi a S.Vittore e di qui, trascorsi alcuni mesi di detenzione, avviati, attraverso la frontiera del Brennero e un soggiorno a Bolzano, nel lager di Dachau. Alle privazioni e alla sofferenza del carcere si sommeranno il tentativo di annientamento del campo di sterminio nazista. Un’epidemia di tifo petecchiale risparmierà Eugenio, ma non suo fratello Roberto che morirà nel febbraio del 1945. Poi, dopo una violenta battaglia aerea nel cielo sopra il campo, la liberazione da parte delle truppe americane e il fortunoso ritormo a casa di un giovane uomo ridotto a trentacinque chili di peso e con le gambe tutte piagate.
La laurea in legge viene conseguita, dopo l’interruzione degli studi universitari dovuta al lungo periodo di detenzione, nel 1946 e alla fine di quell’anno anche l’iscrizione all’albo degli avvocati.
Nel dopoguerra Eugenio dotato di un’intelligenza pronta e vivace si afferma nella professione forense fino a diventare di lì a pochi anni uno degli avvocati più importanti di Bergamo.
Ma non abbandona l’impegno politico e l’intransigente difesa dei valori democratici espressi dalla nuova costituzione repubblicana. La sua formazione politica è liberale, ma avverte i limiti dell’azione del PLI soprattutto sul piano della politica sociale. E quando nel 1954 la sinistra liberale, guidata da Bruno Villabruna, Mario Pannunzio, Niccolò Carandini, Ernesto Rossi e tanti altri, lascerà il partito per fondare il Partito Radicale, Bruni sarà con loro.
Con Emilio Zenoni fonderà il Circolo per la libertà della cultura, intitolato a Gaetano Salvemini che era venuto a mancare nel 1957, fucina di mille appassionati dibattiti e vero seminario di formazione di giovani sedotti dalle idee laiche, democratiche e progressiste in una città oppressa da una cappa conservatrice e clericale. Sarà eletto consigliere comunale radicale in una lista di sinistra democratica formata da socialdemocratici, repubblicani e radicali nelle elezioni amministrative del 1960. Rieletto nel 1964 nella lista del PSDI nel 1966 aderirà alla riunificazione socialista e nelle successive elezioni del 1970 rimasto nella vecchia casa del PSI verrà nuovamente rieletto per un altro quinquennio.
In Consiglio Eugenio Bruni si occuperà di molti temi : da quelli del centro storico di Città Alta, in quel periodo in via di grande trasformazione, alla cultura. Fu per suo particolare impulso, come presidente della commissione del teatro, che il Donizetti divenne il centro della vita culturale della città portando alle manifestazioni musicali e di prosa che venivano programmate un numero sempre maggiore di spettatori. Ma anche dai banchi del Consiglio la sua parola si alzerà sempre con forza e autorevolezza per difendere, in ogni occasione, i valori della libertà, della giustizia sociale, della laicità dello stato e dell’ antifascismo.
Da ricordare un fatto importante e molto dimenticato. Il grande scultore Giacomo Manzù, figlio di Bergamo, non era in buoni rapporti con la sua città. Bruni, grande appassionato e conoscitore d’arte, svolse con lui un’intensa opera diplomatica di riconciliazione. Frutto di questo lavorio la donazione da parte dell’artista alla città dello splendido monumento al Partigiano che dal 1977 si trova nel cuore di Bergamo, testimonianza dei valori della Resistenza trasfigurati in un’opera d’arte di straordinario impatto estetico ed emotivo.
Poi la presidenza dell’ANED, quella della garibaldina società di Mutuo Soccorso e del Comitato Bergamasco Antifascista dal 1996 fino a pochi mesi fa.
E veniamo ai ricordi personali, politici e professionali. Conobbi Eugenio quando ero ancora uno studente di liceo. Frequentavo un po’ clandestinamente le conferenze che si tenevano al Circolo Salvemini che aveva sede in Palazzo Caprotti, via Tasso 109, sala degli arazzi. Bruni era uno degli animatori e un oratore straordinario. Avvinceva l’uditorio e lo portava dove voleva lui. Insomma un grande seduttore. In un’altra occasione, mi sembra a una serata del Lions Club di cui Bruni era socio fondatore, furono invitati alcuni giovani a dire la loro sui problemi del momento. Tra di loro c’ero anch’io. Mi sembra che il tema fosse la patria. Io dissi una banalità e che cioè un giovane doveva servire la patria non con le armi ma con l’impegno politico e civile. Ma Eugenio mi diede uno sguardo di paterno consenso che mi fece molto piacere. Più tardi, fatto uomo, mi rivolsi a lui in alcune circostanze per me difficili. Egli mi accolse benevolmente, mi diede giusti consigli, mi difese in un processo penale in cui ero parte lesa e mi dimostrò sempre la sua benevolenza. Una volta, eravamo intorno al 1995, dopo la terribile stagione di “mani pulite” noi socialisti ci trovavamo in una situazione difficile. Io ero stato per dieci anni assessore e per cinque vicesindaco e mi era capitato in quel periodo di essere qualche volta insultato per strada con epiteti tipo “ladro craxiano” e addirittura una sera aggredito da due giovinastri. Eugenio mi disse “non prendertela, avete terminato il vostro mandato da galantuomini. Potete camminare a testa alta nelle strade della vostra città”. Un’altra volta, sempre in quegli anni, venni convocato telefonicamente da un giudice nel suo ufficio.Fatto un rapido esame di coscienza non mi sembrò di avere commesso nulla di penalmente rilevante. Ma ero inquieto. Strada facendo incontrai l’amico e collega Riccardo Olivati e lo pregai di accompagnarmi. Riccardo gentilmente acconsentì. Fatti pochi passi incontrammo anche Eugenio. Anche lui fu pregato di aggiungersi alla compagnia. Il che fece di buon grado. Così scortato giunsi nell’ufficio del giudice il quale manifestò una certa sorpresa per il fatto di aver convocato un avvocato e di trovarsene tre. Un carabiniere che sostava nell’ufficio fu ritenuto di troppo da Eugenio e il giudice lo fece uscire. Poi questi, con imbarazzo, mi chiese notizie di una certa pratica amministrativa che una sua conoscente aveva in corso con l’amministrazione comunale, settore al quale io ero preposto. Gli risposi che la pratica faceva appunto il suo corso ed evitata un’ulteriore curiosità del giudice attinente la sua conoscente, che però non faceva parte del dossier, lo salutammo e ce ne andammo non senza farci qualche risata durante l’aperitivo che seguì.
Come collega io ebbi l’occasione di collaborare con Eugenio durante il “processone” e altri processi degli anni settanta-ottanta in materia di terrorismo. Egli insieme al carissimo Agostino Viviani, scomparso anche lui l’anno scorso, era la nostra guida. Era insomma il punto di riferimento per la generazione successiva alla sua. Avevamo deciso di difendere gli imputati di quei particolari processi per una fondamentale ragione. I processi si dovevano fare nel rigoroso rispetto della costituzione e delle leggi sostanziali e processuali vigenti senza ricorso a leggi speciali. Si capiva che non alterando il quadro delle libertà del paese, iniziando dall’idea che si dovessero celebrare processi giusti, pure in quella difficile temperie che spingeva qualcuno a prendere scorciatoie, la democrazia repubblicana sarebbe stata salvata. E così credo che fu.
So che Eugenio aveva un carattere forte e in qualche caso molto irritabile. Io non ebbi mai conflitti con lui, ma molti di noi non hanno dimenticato quell’incontro di pugilato che ebbe con un collega durante l’udienza pubblica civile del giovedì, cui ebbi la ventura di assistere da bordoring. Ma il temperamento di Eugenio era tale che dopo la disputa interveniva la riconciliazione. E anche di qualcuna di esse sono stato buon testimone.
Una grande personalità quella di Eugenio Bruni che ha segnato con profondità la storia della nostra città. Egli ha sicuramente un posto importante nelle nostre vicende. E per noi, della generazione successiva, che ne abbiamo condiviso le battaglie politiche e le angosce per un paese che sembra non trovare mai, non solo una corretta stabilità democratica, ma neppure un barlume di dignità nazionale, egli resta un punto di riferimento costante. E dirò di più, ricordandolo qui oggi davanti a tutti voi sento l’orgoglio di potere dire che i valori di un socialismo democratico, laico, liberale e antifascista, che sono stati i fondamenti del suo impegno politico, culturale e civile, testimoniati dal sacrificio di Matteotti, Gobetti, Amendola, Rosselli, Buozzi, Colorni e tanti altri, non solo non sono obsoleti ma illuminano ancora il nostro cammino e ci inducono a sperare( forse l’impossibile) che nulla è perduto e che si può ancora ricominciare.
Ciao Eugenio, arrivederci.
Carlo Salvioni
Flavio Cassinari
Cari amici,
con dolore annuncio l'improvvisa scomparsa, a soli 47 anni, per un incidente in montagna, di Flavio Cassinari.
Flavio, segretario della FGS lombarda negli anni '80, ricercatore di filosofia teoretica nell'Università di Pavia, era amico e compagno di molti di noi, che ne apprezzavamo la modestia e l'intelligenza.
Lo ricorderemo nei prossimi giorni con uno scritto di Fulvio Papi.
Ciao Flavio, ti sia lieve la terra
Giovanni Scirocco
Un dirupo di alta montagna ci ha rapito Flavio Cassinari nel fiore dell'età. Era un filosofo di prim'ordine, un animo buono, gentile, affettuoso, sempre disponibile. Gli amici hanno perso moltissimo, il vuoto peserà nel tempo. Io non mi do' e non desidero darmi pace: non potrò più discorrere di filosofia e di socialismo (avevamo in comune questa nostalgia politica) con un amico che univa sempre alla sottigliezza e alla pertinenza delle argomentazioni, un sorriso dolcissimo e quasi esitante che voleva significare la levità del discorso, la mancanza nella dialettica di ogni eccesso affermativo e, al contrario, la presenza di un possibile spazio ulteriore.
Flavio era un filosofo vero nell'epoca del "tradimento dei filosofi" che diventano opinionisti, editori, politici, giornalisti alla ricerca dell'oppio del tempo, il pubblico successo. Al contrario per ogni tema poneva il suo orizzonte teorico, la sua "condizione di possibilità". Era lì, da kantiano che rimproverava ad Heidegger di essere stato eccessivo nella sua critica al filosofo di Konigsberg, era lì- dicevo- che attendeva la tua argomentazione.
Aveva scritto un libro interminabile sulle strutture formali che conchiudono la dimensione della storia e del mito. Un libro che sarebbe piaciuto molto a Rickert e, suppongo, anche a Banfi. La bibliografia mostrava un continente di letture delle quali solo un terzo avrebbe costituito un patrimonio prezioso per chiunque: non era un esibire, ma un servizio per i lettori.
Flavio era un filosofo anche nello stile di vita di una ammirevole parsimonia, una sorridente austerità, anche qui controcorrente rispetto agli intellettuali che cercano lo stile (che non hanno) nella eleganza sociale, in una estetica mafiosa. Pensava per conto proprio come deve essere per un filosofo che costruisce se stesso in una dimensione simbolica, nella quale, tuttavia, se non è presente un "se stesso" si può riconoscere solo una raffinata mondanità in attesa di scambio. Aveva un effetto empatico l'intensità affettiva per i figli, sempre presente nella sua vita come una fondamentale dimensione di senso.
Quanto a me, non aspetterò più Flavio alle 19 di ritorno dall'Università di Pavia, dov'era professore di grande donatività per gli studenti, di ascolto amichevole e di certo aiuto. Mi portava dalla biblioteca qualche libro che, purtroppo, non ero in grado di andare a reperire. Un poco affannato con l'immancabile sorriso, ma sempre puntuale. Il suo zainetto pieno di volumi abbandonato sulla poltrona prossima alla mia scrivania, e cominciava il nostro discorrere... Se scrivo queste cose molto private e personali è perché, oltre alla mancanza del filosofo e dello studioso, una parte della rete della mia affettività si è spezzata senza rimedio
Fulvio Papi
Questa notizia mi colpisce e mi rattrista profondamente.
Conoscevo Flavio dall'inizio degli anni '80, quando eravamo entrambi nella Federazione Giovanile Socialista. Ultimamente lo vedevo una volta ogni tanto, le rare volte che presenziava alle nostre riunioni. Ma era una di quelle persone che puoi perdere di vista per anni, e con cui quando ti ritrovi sembra che ci si sia visti il giorno prima.
Sono davvero senza parole.
Pierpaolo
Come sono addolorata... era veramente un caro amico. La notizia mi era sfuggita, grazie di avere fatto questa segnalazione.
un abbraccio
Paola
Come mi ha suggerito Fulvio Papi, allego un file con il ricordo di Flavio Cassinari.
Ho incluso sia il ricordo che ho letto ai finerali lo scorso 10 agosto 2009 (con un'aggiunta relativa a temi politici, che mi sembrava pertinente), sia quello che uscirà alla fine dell'anno nel n. 3 di Paradigmi, con una ricostruzione del suo contributo agli studi filosofici.
Grazie per aiutarmi a fare in modo che sia ricordato come merita.
Un saluto cordiale,
Silvana Borutti
Ricordo di Flavio Cassinari (Paradigmi, 3, 2009)
Ricordo pronunciato da Silvana Borutti nelle Chiesa della Collegiata di Domodossola
Sono appena tornato a Milano; non aprivo la posta elettronica da due
settimane. La notizia della morte di Flavio mi ha molto colpito e
rattristato.
Lo conobbi nel 1984, allorché entrai nel Psi.
Era un idealista, un filosofo ed un animo gentile. Dunque la sua carriera
politica fu assai breve.
Siamo sempre rimasti in contatto. Ogni tanto mi chiedeva consiglio per
qualche sua ingarbugliata vicenda familiare. Ogni tanto ricompariva in una
riunione del Circolo Rosselli o ad un dibattito.
Condividevamo le stesse riflessioni e, negli ultimi anni, le medesime
amarezze.
E' rimasto sempre un socialista liberale, uno di noi, anche se ormai
guardava alla politica politicante come da un altro pianeta.
Mi colpisce che la sua vita sia finita lassù, sulle cime. Volava alto da
sempre. In fondo, è come se non fosse mai sceso.
Luciano Belli Paci
Non vedevo Cassinari da molto tempo ma me lo ricordo bene giovane socialista.
Anch'io sono rimasto molto colpito da questa disgrazia.
Bisognerebbe magari una sera in modo molto informale ricordarlo tra gli amici.
Chissà se si riesce a fare una cosa semplice coinvolgendo magari i suoi amici più vicini.
Roberto Biscardini
Flavio Cassinari era una bella persona.
Non posso dire di averlo conosciuto intimamente come amico, perchè non mi è mai capitato di parlare a lungo con lui di fatti strettamente personali, di raccogliere le sue confidenze, o di condividere esperienze esistenziali particolari (ad esempio come collega di lavoro).
Però lo conoscevo indubbiamente da parecchio tempo. Da quasi trent'anni, a ben vedere....
Nel ripensare a lui, mi vengono subito alla mente alcuni ricordi particolarmente vivi : una riunione decisamente accesa, ma in realtà assai divertente, della FGS regionale a Cremona, nei primi anni Ottanta ...; una lunga discussione su Kant ed Heidegger (l'oggetto della sua tesi di laurea), qualche anno più tardi, nell'atrio della Statale, mentre si faceva la coda per iscriversi all'Università (quando tutti e due avevamo preso a metterci sotto con gli studi)...; un bel dibattito che tenemmo nella canonica della chiesa di S. Fedele pochi anni fa, in un circolo di cattolici "aperti" con cui Flavio era in contatto (e dove aveva avuto la bontà di invitarmi), sul tema delle radici cristiane dell'Europa...
Beh: devo dire che, quale che fosse l'argomento, discutere con Flavio, era sempre interessante. Mai banale. Mai inutile. Mai scontato.
ll suo ragionamento in effetti sapeva a tratti spiazzare. Ma dietro conclusioni o prese di posizione che a volte potevano sembrare talvolta paradossali, riconoscevi sempre un preciso rigore concettuale, e una sorta di stringente logica interna.
Sì: c'era del rigore in Flavio. Del rigore e dell'umanità.
Da diverso tempo, dopo gli anni della comune militanza politica, le occasioni per incontrarsi non erano in effetti più state molte. Meno, certamente, di quante avrebbero potuto essere.
Però capitava di vedersi di quando in quando, in occasione di qualche manifestazione, dibattito o iniziativa.
E allora era sempre simpatico ritrovarsi, anche solo per una birra, e commentare la situazione politica, affrontare qualche tema generale, o rievocare qualche bizzarro episodio del passato : come quella memorabile e comica scenata, che spesso ci capitò di richiamare ridendoci sopra, in cui, sulle scale della Federazione socialista di Corso Magenta, un infuriato Pillitteri, non ancora sindaco di Milano, si mise ad inveire in difesa di Flavio con delle urla veramente omeriche, investendo in modo impetuoso un malcapitato ed imbarazzatissimo Paolo Lucca, che, subissato da quel tuonare, non sapeva più come difendersi da quella incontenibile furia verbale: a scatenare quella scena da caserma era stata una delle nostre solite minime beghe della "Giovanile"; ma il Pillitteri - decisamente sempre sopra le righe - aveva interpretato la faccenda come uno sgarbo fatto direttamente a lui, e così, tra lo stupore di tutti noi (e sotto lo sguardo divertito di Flavio, che lo aveva maliziosamente stuzzicato) era esploso in modo del tutto imprevedibile, e, con la faccia tutta rossa, ed i raiban che gli cadevano scompostamente sul costoso giubbetto di renna, si era messo a berciare violentemente "Voi Cassinari lo lasciate stare! Avete capito?".
Buffo davvero.
Dalla testimonianza di Silvana Borutti leggo ora che Flavio meditava di tornare ad un impegno politico più attivo.
Non saprei dire a cosa stesse pensando con esattezza, ma so per certo che pur senza essere un nostro assiduo frequentatore, seguiva con molta attenzione le nostre attività rosselliane, ed apprezzava i nostri dibattiti e le nostre discussioni.
Mi piace pensare perciò che forse potesse avere in mente di individuare proprio il nostro Circolo come ambito in cui impegnarsi.
Di sicuro il "Rosselli" ne avrebbe tratto del giovamento.
Comunque sia, la sua scomparsa lascia un vuoto.
Ci mancherà.
Francesco Somaini
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